Il microdosing è diventato, negli ultimi anni, una parola-ombrello. Dentro ci finisce di tutto: curiosità, aspettative alte, racconti entusiasti, esperimenti improvvisati.
Eppure, nella sua forma più seria, il microdosing non ha nulla di mistico né di spettacolare. È una pratica sobria, quasi noiosa: piccole dosi, tempi lunghi, osservazione costante.
Proprio per questo, è anche una pratica che può fare danni se affrontata con leggerezza.
Parlare di protocollo di microdosing sicuro non significa promuoverlo. Significa mettere ordine, chiarire cosa sappiamo davvero e dove, invece, è fondamentale fermarsi.
Cos’è (e cosa non è) il microdosing
Il microdosing consiste nell’assumere dosi sub-percettive di sostanze psichedeliche — quantità così basse da non provocare alterazioni evidenti della percezione, dell’umore o della coscienza.
Se “senti” qualcosa di simile a un trip, non è microdosing.
L’obiettivo non è:
• vedere di più,
• sentire di più,
• andare più in profondità.
L’obiettivo è osservare se, nel tempo, emergono cambiamenti sottili ma funzionali: concentrazione, flessibilità mentale, regolazione emotiva, energia.
E già qui arriva il primo punto chiave: non tutti li sperimentano.
Cosa dice la ricerca sul microdosing
La ricerca sul microdosing è ancora giovane. Esistono:
• studi osservazionali,
• survey su larga scala,
• alcuni studi controllati randomizzati (soprattutto su LSD e psilocibina).
I risultati sono interessanti ma sobri:
• molte persone riportano miglioramenti percepiti in umore e focus;
• alcuni studi suggeriscono che le aspettative contano moltissimo;
• i cambiamenti misurabili sono spesso piccoli, graduali, non universali.
Tradotto: il microdosing non è una scorciatoia, e non è una soluzione garantita. È una pratica esplorativa, che richiede metodo.
Prima di iniziare: le valutazioni che contano davvero
Prima ancora di parlare di dosaggi, serve fermarsi su una domanda semplice:
sei una persona per cui il microdosing ha senso?
Ci sono casi in cui è meglio non iniziare:
• assunzione di antidepressivi o altri psicofarmaci;
• familiarità con disturbi psicotici o bipolari;
• periodi di forte instabilità emotiva;
• aspettativa di “sbloccarsi” rapidamente.
Il microdosing non è una terapia. Non sostituisce un percorso psicologico. E non funziona come regolatore d’emergenza.
Se la motivazione è “sto male e non so che fare”, la risposta non è un protocollo: è un supporto umano.
Sostanze più comuni nel microdosing
Le più citate sono:
• psilocibina (funghi),
• LSD.
Entrambe hanno profili diversi, ma un principio comune: standardizzazione difficile.
Soprattutto con i funghi, la variabilità naturale è alta. È uno dei motivi per cui il microdosing richiede ancora più cautela rispetto a quanto spesso si racconti online.
Dosaggi: partire davvero dal basso
Qui è fondamentale essere chiari e prudenti.
Microdosing con psilocibina
Le dosi comunemente considerate “micro” si collocano in un range molto basso.
La maggior parte dei protocolli seri parte da quantità minime, proprio per testare la sensibilità individuale.
Il punto non è trovare “la dose giusta”, ma la dose più bassa che non crea effetti indesiderati.
Se emergono:
• agitazione,
• ansia,
• alterazioni percettive,
• difficoltà a lavorare,
quella dose è già troppo alta per il microdosing.
Microdosing con LSD
Il principio è lo stesso: dosi estremamente ridotte, diluite con attenzione.
Qui l’errore più comune è la stima imprecisa. L’LSD non perdona l’approssimazione.
Nel dubbio, meno è sempre meglio.
I protocolli di timing più usati (e perché non sono regole)
Esistono schemi ricorrenti, spesso citati come “protocolli”, ma vanno intesi come strutture di osservazione, non come dogmi.
Il più noto prevede:
• un giorno di assunzione,
• uno o due giorni di pausa,
• ripetizione per alcune settimane.
La pausa è fondamentale.
Serve a:
• evitare accumulo,
• ridurre tolleranza,
• distinguere effetto reale da suggestione.
Microdosare tutti i giorni non è prudenza: è fretta.
Tracking: la parte più importante (e più ignorata)
Senza tracciamento, il microdosing è solo una sensazione vaga.
Tenere un diario — anche minimale — è ciò che trasforma l’esperienza in qualcosa di leggibile.
Non servono poemi. Bastano parametri semplici:
• qualità del sonno,
• energia,
• umore,
• concentrazione,
• irritabilità,
• eventuali effetti fisici.
Il punto non è cercare miglioramenti euforici, ma pattern.
Se dopo alcune settimane non emerge nulla di chiaro, la risposta non è aumentare la dose. È fermarsi.
Quando interrompere il microdosing
Interrompere non è fallire. È parte del protocollo.
È il momento di fermarsi se:
• compaiono ansia o irritabilità persistenti;
• il sonno peggiora;
• l’attenzione cala invece di migliorare;
• emerge una sensazione di “forzatura”;
• stai aspettando che il microdosing faccia il lavoro al posto tuo.
Il microdosing non dovrebbe mai diventare una stampella psicologica.
Sicurezza prima dell’entusiasmo
Uno degli errori più comuni è pensare che, essendo “micro”, sia automaticamente sicuro.
In realtà, il rischio non è la dose in sé, ma:
• la ripetizione nel tempo,
• la mancanza di ascolto,
• l’assenza di criteri di stop.
La sicurezza nel microdosing non nasce dal controllo esterno, ma da una postura interna: lentezza, onestà, capacità di dire “basta”.
Il microdosing non fa il lavoro al posto tuo
Se c’è una cosa che emerge chiaramente sia dalla ricerca sia dall’esperienza, è questa:
il microdosing non crea cambiamento da solo.
Può, in alcuni casi, rendere più visibili certe dinamiche.
Può aumentare un filo di flessibilità.
Ma ciò che fai di quella flessibilità — nelle relazioni, nel lavoro, nella cura di te — resta una responsabilità tua.
Non è una scorciatoia chimica. È, al massimo, una lente.
👉 Su piggyweed.com trovi contenuti che parlano di piante e sostanze con un approccio informato, prudente e umano. Perché la vera riduzione del rischio inizia sempre dalla conoscenza.
